«Pirelli», «Il Politecnico» e l’appello all’integrazione delle “due cul­ture”

Per comprendere quale sia stata la filosofia della rivista «Pirelli» – «bimestrale d’informazione e di tecnica» – è sufficiente leggere le «poche righe» con le quali Alberto Pirelli, nel 1948, presentava ai lettori il nuovo giornale aziendale:

Questa nostra rivista si inserisce nel dialogo di tutti i giorni tra chi produce e chi acquista, ma vuol trascenderne i limiti […] vuol prescindere dalle immediate pre­occupazioni commerciali; ac­qui­stare scioltezza nella forma e nella sostanza; in­vestire aspetti tecnici, scientifici e sociali e, per­ché no, anche culturali ed arti­stici, i quali al fattore produttivo sono bensì strettamente legati ma ricevono tut­tavia incompleto rilievo in sede di rapporti commerciali e pubblicitari. […]. Nella ri­vista parleremo noi, uomini dell’azienda […] e parleranno anche uomini estra­nei al no­stro am­biente i quali […] possono meglio di noi sfuggire al fatale inari­dimento del tecnicismo ad oltranza e lievitare la materia con la loro arte, sensi­bi­lità e fantasia.[1]

In occasione dell’uscita del primo numero della rivista, Giuseppe Luraghi – allora di­rettore centrale del Gruppo Gomma delle Industrie Pirelli, nonché principale promotore, assieme a Leonardo Sinisgalli ed ad Arturo Tofanelli, di questa singolare avventura editoriale – si af­frettava ad informare i dipendenti dell’azienda della nascita del nuovo periodico, sottolineandone tra l’altro il carattere di asso­luta originalità nel panorama della pubblicistica aziendale:

Non sarà una rivista eminente­mente tecnica con mattoni indigeribili, riservata a poche categorie di iniziati, bensì una rivista vivace, brillante, dedicata al gran pubblico, che tratterà gli argomenti in modo tale da interes­sare per quello che dice e per come lo dice. Di conseguenza la rivista si troverà anche in vendita nelle edicole.[2] Collaboratori saranno i più noti giornalisti e scrittori italiani.[3]

Sempre Luraghi, inoltre, in un editoriale pubblicato sul n. 6 (1949) della rivista, a un anno esatto dall’uscita del primo numero, oltre a constatare il successo riscosso dalla pubblicazione in Italia e all’estero durante il suo primo ciclo di vita, non esitava a ribadire la fiducia già manifestata da Alberto Pirelli nell’originale indi­rizzo impresso da Sinisgalli al nuovo house organ della Casa:

Non è un miracolo che un’industria, cioè un’organizzazione tipicamente utilitaria che ha per compito di produrre mezzi materiali di vita, si ponga anche il compito più caldo ed elevato di por­tare sul piano della cultura problemi che si è usi considerare di ordine inferiore (rivelandone gli aspetti trascendenti agli stessi tecnici che direttamente li vivono senza darsene conto ed agli arti­sti che non ne hanno sospettato l’esistenza); che cerchi nella materia quotidiana, apparentemente arida, quanto vi è di meglio, tendendo a lievitarlo e fecondarlo con la grande forza dello spirito.[4]

Intento primario della rivista, quindi, fu quello di comunicare al pub­blico un’immagine colta, aggiornata, dell’azienda, trascendendo però i limiti di un’angolazione esclusivamente tecnica ed economica degli ar­gomenti af­fron­tati ed evitando «il fatale inaridimento del tecnicismo ad oltranza» attraverso un co­stante dialogo con gli esponenti del mondo dell’arte e della cultura. Se «Pirelli», quindi, non fu e non pretese di es­sere una pubblicazione culturale, è fuor di dubbio che fece «opera di cultura» inse­rendosi a pieno titolo nel dibattito econo­mico, intellet­tuale e morale del dopo­guerra. Per quanto concerne la struttura della rivista – ripartizione degli arti­coli in ru­briche, distribuzione della pubblicità, presenza di illustra­zioni grafiche e fo­tografiche, ricorrenza periodica di concorsi a premi per i lettori – «Pirelli», an­che sotto questo aspetto, si presentò come una pubblicazione estremamente ricca e all’avanguardia nel settore del giornalismo industriale.[5] Proponendosi come una rivista aziendale di alto prestigio, attenta ai problemi del mondo della produzione ma anche dell’attua­lità e della cultura, aperta alla collaborazione di noti giornalisti, poeti, scrittori, pittori, la rivista si impose subito nel panorama giornalistico-editoriale italiano, diffe­renziandosi nettamente – nei programmi, nell’impostazione, nelle scelte grafi­che – dalle altre riviste aziendali del tempo.

Se pensiamo che in Italia il feno­meno della stampa aziendale ha cominciato a diffondersi in ritardo rispetto alle altre nazioni europee (la maggior parte delle pubblicazioni «è sorta e ha prosperato nel dopoguerra»)[6] e che nella nostra nazione il concetto americano di Public Relations ha quasi stentato ad affermarsi,[7] non si può negare il sor­prendente anticipo con il quale Sinisgalli intuiva, già nel ’48, le enormi poten­zialità, non solo pubblicitarie ma anche culturali e divulgative, insite in questo nuovo strumento di propaganda aziendale. Respingendo la formula tradizionale del bollettino interno (indirizzato esclu­sivamente al personale dipendente e volto a stimolare tra quest’ultimo una sorta di «patriottismo aziendale»), il poeta-ingegnere lucano adottò la cosiddetta «formula mi­sta» dando vita ad un house organ rivolto non solo agli addetti ai lavori ma anche all’esterno, cioè «al pubblico di clienti effettivi e probabili».[8] Anche ri­spetto al tipo della «formula mista», tuttavia, «Pirelli» rappresentò un passo avanti, in quanto Sinisgalli – grazie all’indispensabile apporto di un nutrito gruppo di amici intellettuali – riuscì a dar vita ad una pubblicazione di respiro interna­zionale che, lontana dagli antiquati artifici della retorica pubblicitaria, si mostrò ca­pace di esercitare sul lettore una forza persuasiva ben più sottile e raffinata in virtù di un linguaggio grafico innovativo e di un programma editoriale basato sulla sapiente alternanza tra informazione e divagazione, divulgazione tecnico-scienti­fica e sperimentazione letteraria ed artistica.

La compresenza nella rivista sinisgalliana di servizi di taglio scientifico-divul­gativo e di articoli dedicati a temi specifici della cultura contemporanea, di in­chieste su argomenti di attualità e di “pezzi” di letteratura, rende inevitabile un confronto con «Il Politecnico», al quale «Pirelli» sembra collegarsi non solo dal punto di vista cro­nologico. Rileggiamo ad esempio un passo del celebre editoriale con il quale Elio Vittorini apriva il secondo numero della sua rivista (6 ottobre 1945) e spiegava al pub­blico dei lettori la scelta del nome «Politecnico»:

Quanto alla parola che usiamo per nome Politecnico, vuol solo indicare l’interesse che noi ab­biamo e che riteniamo si dovrebbe avere in genere per tutte le tecniche, sottintendendo che sia tecnica ogni attività culturale (della poesia stessa o delle arti oltre che della politica, delle scienze e degli studi sociali) quando si presenti come ricerca della verità e non come predicazione di una verità […]. Il Politecnico vuole essere appunto uno strumento di lavoro che dia alle masse la possibilità di far pesare le esigenze loro nell’elaborazione dei problemi culturali.[9]

L’apertura nei confronti di tutte le forme di cultura e anche nei confronti delle scienze, degli studi sociali, di «tutte le tecniche»; il modo di concepire la rivista come uno «strumento di lavoro» in costante dialogo con le masse dei lavora­tori manuali e intellettuali, furono certamente due tratti comuni alle riviste di Vittorini e di Sinisgalli, ed anzi, rifacendoci al già citato editoriale posto in apertura del primo numero della rivista sinisgalliana, nel quale Alberto Pirelli auspicava la creazione di un corto circuito tra mondo della scienza e mondo intellettuale, ci sembra addirittura di scorgere in esso l’eco delle parole con le quali Vittorini lanciava il suo accorato appello all’unità del sapere e, quindi, alla collaborazione tra uomini di lettere e uomini di scienza. É fuor di dubbio che uno dei punti di forza della rivista vittori­niana, almeno nella sua prima fase di vita, fu il progetto grafico assolutamente originale firmato da Albe Steiner, il quale, introducendo nel giornale l’uso del fumetto, del disegno, delle fotografie «trattate come idee»,[10] riuscì nell’intento di impostare su basi nuove e interattive il rapporto fra testo e immagine:

Ciò che colpisce, guardando adesso Politecnico, è vedere come le idee, il contenuto degli articoli, le fotografie, le didascalie e l’impaginazione fossero una cosa sola. Non c’era un «grafico» che metteva in bella forma delle colonne di piombo, dei titoli, delle illustrazioni, ma c’era come un giornale che nasceva tutto insieme.[11]

Queste parole, pronunciate da Max Huber in un’intervista del ’74 a proposito della collaborazione di Steiner al «Politecnico», potrebbero essere riferite senza difficoltà anche alla rivista «Pirelli», il cui progetto grafico, curato personal­mente da Sinisgalli numero per numero, presentava non pochi elementi di con­tinuità con quello del «Politecnico» (non dimentichiamo, d’altro canto, che Steiner e Sinisgalli avevano in comune la frequentazione del noto studio Boggeri di Milano, l’amicizia con Munari, la passione per la cultura grafica del Bauhaus). Sfogliando la rivista sinisgalliana non solo notiamo la presenza di disegni, illustrazioni grafiche, bozzetti, realizzati dai più noti grafici e disegna­tori del tempo – da Manzi a Birba, da Bianconi a Diamantini –, ma scorgiamo una cospicua serie di originali «fototesti» (ovvero delle sequenze fotografiche disposte in senso narrativo) firmati da Federico Patellani. A quest’ultimo – che ebbe in «Pirelli» pressappoco lo stesso ruolo avuto da Luigi Crocenzi nel «Politecnico» – Sinisgalli non solo affidò il compito di realizzare quasi tutte le copertine di «Pirelli», ma anche di integrare con immagini (fotomontaggi, in­grandimenti, collages, ecc.), gli articoli, i servizi, i reportages pubblicati dalla ri­vista.

Ma l’affinità tra il «Politecnico» e «Pirelli» non si esaurisce semplicemente nella constatazione della presenza nelle due riviste di un progetto grafico in­novativo di stile europeo e nell’importanza attribuita da entrambi i direttori al rapporto parola/immagine, ma è rintracciabile, almeno in parte, anche nei con­tenuti e nelle finalità dei due periodici. Mi riferisco in particolare all’at­tenzione manifestata da entrambe le riviste nei confronti di tutti i settori della cul­tura contemporanea italiana e straniera – dalla poesia al teatro, dall’architettura alle arti figurative, dal fumetto al cinema – e soprattutto al comune «taglio in­formativo di spregiudicata immediatezza»[12] col quale venivano condotte in­chieste sul mondo dell’industria e del lavoro o erano posti dinanzi al lettore fatti, notizie, avvenimenti di urgente attualità. Vittorini, è noto, concepì la sua rivista come uno strumento di am­pia divulga­zione culturale, destinato ad un vasto pubblico di lettori e mirante a vincere la ritrosia degli intellettuali italiani di­nanzi agli scottanti problemi del mondo della pro­duzione e del lavoro. «Pirelli», in questo senso, sembrò inserirsi nella strada, aperta dal «Politecnico», della collaborazione tra mondo umanistico e mondo scien­tifico-tecnologico.

La tesi della continuità tra le due riviste, tuttavia, diviene più fragile e difficilmente accettabile proprio se consideriamo i termini di tale collabora­zione che, nella rivista sini­sgal­liana, risultarono totalmente rovesciati: in que­st’ultima, infatti, l’appello all’integrazione delle “due cul­ture” non proveniva più “dall’esterno”, da un intellettuale “impegnato” che si rivolgeva ad altri uomini di cultura per spingerli a prendere confidenza con i problemi della civiltà indu­striale e della classe operaia, ma veniva, e ciò è significativo, da un intellettuale “integrato” nel mondo dell’indu­stria e che, per natura e for­mazione, partecipava delle due cul­ture, uma­nistica e tecnica, senza avvertire fratture. Di conseguenza ri­sultò notevol­mente diversa in «Pirelli», rispetto al «Politecnico», l’ottica con la quale furono affrontati e interpretati tanto i pro­blemi affioranti dal mondo produttivo e lavorativo, quanto i temi legati ai diversi settori della cultura con­temporanea.[13] 

La “nuova cultura” che aveva reclamato Vittorini era anche, con tutte le ambi­guità e le confusioni tipiche dell’uomo, critica al modello di pro­duzione, istanza di partecipa­zione collettiva alle scelte economiche, nuova consa­pevolezza e re­sponsabilità dell’intellet­tuale. Sui primissimi numeri de “Il politec­nico” viene disegnata e proposta una versione altra delle vicende industriali del paese e si scrive a puntate una Storia operaia della Fiat. Ora questo aspetto, e non poteva essere altrimenti, non è ca­sualmente assente, ma è programmaticamente eluso nelle riviste sinisgalliane.

In effetti nella rivista sinisgalliana difficilmente si parla di condi­zione operaia, se non in termini vagamente paternalistici, ed è program­mati­camente esclusa ogni forma di critica nei confronti del modello produt­tivo rap­presentato dalle Industrie Pirelli o, più in generale, nei confronti degli aspetti meno rassicuranti della civiltà tecnologico-industriale. É questo, senz’altro, un limite oggettivo della rivista (ma anche un comprensibile “difetto fisiologico” comune a tutte le pubblicazioni aziendali) al quale l’abile direttore tentò, a suo modo, di sottrarsi. Nel condurre l’indagine sui ri­svolti negativi del progresso e dell’industrializzazione – inquinamento ambien­tale, disoccupazione, effetti disumanizzanti della meccanizzazione –, Sinisgalli, pur non rinun­ciando a moderni strumenti d’analisi quali il dibattito o l’inchiesta, riuscì tut­tavia a neutralizzarne la potenziale carica polemica, facendo slittare costantemente il fulcro del discorso dal piano sociale e politico a quello letterario o estetico: dall’immagine inquietante dell’operaio nella fabbrica vicino alla catena di montaggio a quella senz’altro più rassicurante dell’operaio nel tempo libero o in pensione,[14] dalla macchina intesa come mero strumento di lavoro, produt­trice di alienazione e disoccupazione, alla macchina vista come affascinante e innocua ispiratrice di una nuova cultura estetica.

[1] A. Pirelli, Questa nostra rivista, “Pirelli”, I, 1, 1948, p. 8.

[2] «La tiratura prevalente fu di 15.000 copie, duemila delle quali distribuite attraverso le edicole» (cfr. “Pirelli”. Antologia di una rivista d’informazione e di tecnica 1948-1972, a cura di V. Scheiwiller e A. Longoni, Prefazione di L. Pirelli, Milano, Libri Scheiwiller, 1987, p. 18).

[3] Da «Collaborazione», circolare interna di notizie riservata ai dipendenti della Pirelli S.p.A., diretta da G. Luraghi, 65, 1° novembre 1948; cfr. “Pirelli”. Antologia di una rivista…, cit., p. 18.

[4] G. Luraghi, Questa nostra rivista, “Pirelli”, II, 6, 1949, p. 8.

[5] Nei primi venti numeri usciti sotto la direzione sinisgalliana, fino al gennaio/febbraio del 1952, gli arti­coli non sono distribuiti in rubriche, ma troviamo, nelle pagine finali di ciascun numero, quattro appuntamenti fissi: Intervista-lampo, Mondo nuovo di Ezio Suppini, Lettere a «Pirelli», I libri.

[6] «Le prime pubblicazioni aziendali, a parte quelle curate prima del 1910 e dopo dalle imprese di pubblicità, o diffuse dai laboratori farmaceutici, risalgono al 1926: “Rassegna delle aziende Marzotto”; al 1936: “Ferraia”; e 1937: “Tecnica e Organizzazione” dell’Olivetti, e “Edilizia Moderna” della Società del Linoleum. La maggior parte tuttavia è sorta e ha prosperato nel dopoguerra» (R. Giani, La carta dell’amicizia, CDM, VI, 1, 1958, p. 37).

[7] I primi studi sui caratteri e gli scopi della stampa aziendale italiana risalgono alla fine degli anni cinquanta. Esemplare è il volume di P. Arnaldi, La stampa aziendale, Milano, Franco Angeli, 1957.

[8] Ivi, p. 282.

[9] E. Vittorini, Il Politecnico, «Il Politecnico», 2, 6 ottobre 1945; l’editoriale fu ripubblicato come articolo di fondo nel quinto numero della rivista.

[10] Cfr. R. Bertacchini, Le due culture e l’azione non consolatoria del “Politecnico” di Vittorini, in Id., Le riviste del Novecento. Introduzione e guida allo studio dei periodici italiani. Storia, ideologia e cultura, Firenze, Le Monnier, 1980, pp. 192-197.

[11] R. Leydi, L’uomo che cambiò i giornali, intervista a Max Huber, «Europeo», 5 settembre 1974, p. 36.

[12] Cfr. A. Saccone, Le riviste del Novecento, in Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, a cura di F. Brioschi e C. Di Girolamo, vol. IV, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 170.

[13] D. Tongiorgi, Tra l’umanesimo «tecnicizzato» di Sinisgalli e la cultura dell’industria olivet­tiana: le riviste del do­poguerra (1949-57), in Aa.Vv., Scritture di fabbrica. Dal vocabolario alla società, a cura di C. Ossola, Torino, Scriptorium, 1994, p. 412.

[14] Si leggano, al riguardo, i due articoli di Sinisgalli: L’operaio e la macchina, PI, II, 2, 1949 e Il lavoro e lo svago, “Pirelli”, V, 1, 1952.

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