ALESSANDRO MANZONI. VITA, PENSIERO, POETICA. Appunti sintetici

Alessandro ManzRitratto_di_Alessandro_Manzoni_by_Francesco_Hayezoni (1785-1873) ebbe una vita lunghissima che s’intreccia con i grandi eventi della storia moderna (età napoleonica, Restaurazione, lotte risorgimentali, Unità d’Italia). Manifestò sempre grande riservatezza e pudore nel parlare di sé, per cui (al di là di congetture e aneddoti fantasiosi) non abbiamo molte notizie sulle ragioni profonde che lo condussero alla celebre “conversione” del 1808-1810. Anche le lettere non possono costituire un fonte attendibile in quanto non hanno carattere intimo ma, anzi, abbondano di retorica. Verso la metà del 1800 l’età avanzata, la fama letteraria, il successo delle opere storiche e saggistiche trasformarono lo scrittore milanese in una sorta di monumento vivente, una figura pubblica autorevole e rispettata, tanto che nel 1868 fu nominato Presidente della commissione istituita dal Ministro Broglio per la questione della lingua.

BIOGRAFIA SINTETICA Nasce a Milano, figlio di Giulia Beccaria e Pietro Manzoni. Studia in collegi religiosi, ricevendo una formazione classica e una rigida educazione cattolica. Nel 1805, dopo la morte di Carlo Imbonati (compagno della madre), si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con intellettuali e filosofi, tra cui Claude Fauriel, e si avvicina alle teorie gianseniste. Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel e con quest’ultima, tra il 1808 e il 1810, matura la conversione al cattolicesimo. Nel 1810 rientra in Italia. Tra il 1816 e il 1827 si dedica con particolare fervore all’attività letteraria: scrive le odi, le tragedie e la prima stesura dei Promessi Sposi. Frequenta gli ambienti romantici e gli intellettuali riuniti attorno al “Conciliatore”. Nel 1833 muoiono Enrichetta e la prima figlia, seguirà una lunga serie di lutti familiari (moriranno sette dei suoi nove figli e anche la seconda moglie Teresa Borri). Negli anni successivi Manzoni si dedica alla revisione del romanzo e cura l’edizione complessiva delle sue opere, uscita tra il 1845 e il 1855. Muore nel 1873.

MANZONI E IL ROMANTICISMO ITALIANO. La posizione di Manzoni nell’ambito del Romanticismo lombardo si delinea nei suoi scritti teorici:

  • Prefazione a Il conte di Carmagnola (Milano, 1820)
  • Lettera a Monsieur Chauvet sull’unità di luogo e di tempo nella tragedia (Parigi, 1823)
  • Lettera sul Romanticismo (1823)

I primi due scritti riguardano il teatro che, per Manzoni, deve essere libero da regole artificiose (delle unità aristoteliche è conservata solo quella di azione), deve avere una funzione pedagogica e far riflettere sugli eventi umani. Il poeta deve attenersi alla realtà e attingere alla storia (“vero storico”), ma al contempo deve indagare i pensieri, i sentimenti dei personaggi e far affiorare valori morali e ideali (“vero poetico”). Importante è la funzione del coro: uno spazio lirico in cui l’autore interviene per commentare la vicenda rappresentata. Nella Lettera sul Romanticismo (indirizzata a Cesare D’Azeglio e pubblicata senza il consenso dell’autore nel 1846), Manzoni critica l’uso della mitologia, collega la letteratura romantica alla spiritualità cristiana ed espone i fondamenti della sua poetica: la letteratura deve educare a valori civili e morali (“l’utile per iscopo”), deve attingere alla realtà storica (“il vero per soggetto”) deve riferirsi a personaggi ed eventi capaci di catturare l’attenzione del nuovo pubblico borghese (“l’interessante per mezzo”).

MANZONI E IL CATTOLICESIMO. Il Cattolicesimo manzoniano è un nodo critico che ha sollecitato le riflessioni di molti studiosi. Innanzitutto non bisogna dimenticare che lo scrittore fece propri i principi fondamentali del pensiero illuministico (fiducia nella ragione umana, difesa della libertà, lotta contro ogni forma di ignoranza e superstizione) e tali principi continuarono a lievitare nelle sue opere anche dopo la conversione religiosa. In secondo luogo, bisogna tener conto dei contatti che Manzoni ebbe con i giansenisti parigini, dai quali mutuò, ad esempio, l’aspirazione ad un Cristianesimo puro, arcaico, evangelico. Il giansenismo lasciò un segno evidente, inoltre, nella concezione pessimistica della storia che per l’autore dei Promessi Sposi è pervasa dal male e dall’ingiustizia. Un pessimismo, tuttavia, riscattato dall’assoluta fiducia nella Provvidenza, (come ha scritto Langella: “l’aiuto divino non è negato a nessuno che lo chieda”). In sintesi possiamo dire che il cattolicesimo manzoniano è laico e liberale ispirato al principio della separazione tra Stato e Chiesa; la religiosità per lo scrittore è un fatto intimo che riguarda unicamente la coscienza dell’individuo.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA. Manzoni cominciò ad interessarsi alla questione della lingua in concomitanza con la stesura del suo romanzo, spinto dalla necessità di trovare una lingua chiara, semplice, popolare, facilmente accessibile da parte dei nuovi lettori borghesi, avidi di romanzi. In un secondo momento, alle ragioni letterarie si aggiunsero anche ragioni civili e politiche, ovvero la necessità di dare alla neo-nata Italia unita una lingua comune che rafforzasse l’identità nazionale e che fosse moderna e accessibile a tutti. La lingua dei Promessi Sposi non poteva essere quella della tradizione scritta (troppo complessa, aulica, grondante di retorica, accessibile solo ai dotti), ma neppure poteva essere la lingua parlata, troppo legata al dialetto lombardo e quindi incomprensibile al di fuori dei confini regionali. La soluzione adottata dallo scrittore fu il fiorentino, non quello della tradizione scritta, ma quello parlato dalla gente colta di Firenze. Come Presidente della Commissione istituita dal Ministro Broglio, Manzoni scrisse nel 1868 la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla e progettò il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze la cui compilazione, iniziata nel 1870, si concluse solo nel 1897.

IL GENERE ROMANZO. L’interesse di Manzoni per il romanzo risale agli anni 1819-20 (secondo soggiorno parigino), poco dopo l’uscita dell’Ivanhoe di Walter Scott, considerato il primo vero esempio di romanzo storico. Importante, però, fu anche l’influenza esercitata sullo lo scrittore lombardo dalla grande tradizione del romanzo settecentesco inglese (il Tom Jones di H. Fielding, il Tristram Shandy di Laurence Stern). In un primo tempo, lo scrittore accoglie il concetto del “verosimile” (personaggi di fantasia che si muovono in una cornice storico-realistica), ma poco dopo la pubblicazione dell’edizione definitiva dei Promessi Sposi (la cosiddetta “quarantana”) vi sarà la sconfessione del genere (troppo ricco di invenzione) e la totale “conversione” alla storia. Nel discorso Del romanzo e in genere de’ componimenti misti di storia e invenzione (1845), Manzoni, che pure aveva ottenuto grande successo col suo romanzo, ripudia il genere “misto” (lontano dal “vero”) e afferma l’esclusiva validità delle opere storiografiche.

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