ALFIERI E FOSCOLO. Elementi per un confronto

Vittorio Alfieri (1749-1803), poeta e drammaturgo, nacque ad Asti da una famiglia nobile e agiata e mantenne sempre un atteggiamento individualista e di aristocratico distacco. Nella sua autobiografia romanzata (Vita) celebra il mito di se stesso, dipingendosi come un uomo fiero e libero. Aderì agli ideali illuministici di libertà e uguaglianza, sviluppò una visione laica e razionale della realtà e fu contro ogni forma di dispotismo, ma non poté accettare fino in fondo gli esiti della Rivoluzione francese e ne condannò gli eccessi (le stragi, l’uso della ghigliottina, il terrore giacobino).

 

Ugo Foscolo (vero nome Niccolò; 1778-1827), poeta, narratore e traduttore, nacque a Zante da madre greca e padre veneziano (di professione medico di vascello). Di una generazione più giovane dell’Alfieri e di estrazione borghese, Foscolo non si allontanò mai dagli ideali illuministici di libertà e uguaglianza espressi dalla Rivoluzione francese e per i quali si batté per tutta la vita. Dall’Illuminismo riprese la concezione atea e materialistica della realtà (il mondo è materia che si crea e distrugge in un ciclo continuo), riuscì però a mitigare il proprio pessimismo (l’angoscia di fronte al “nulla eterno”) trovando rifugio nella “religione delle illusioni” (gloria, amore, patria, bellezza, affetti familiari) che rendono la vita accettabile.

 

Alfieri viaggiò moltissimo nella sua vita, per motivi di studio e anche per un’inquietudine interiore che lo spingeva a spostarsi continuamente. Le origini nobili e la disponibilità economica gli consentirono di muoversi liberamente in tutta Europa e di frequentare salotti culturali e ambienti aristocratici.

 

Anche Foscolo viaggiò molto, soprattutto perché fu costretto dalle circostanze (l’esilio) e per motivazioni politiche (combatté nell’esercito napoleonico). Nei vari spostamenti giocò un ruolo importante anche la necessità di trovare un impiego che gli desse stabilità economica.

 

Nelle opere alfieriane troviamo sia l’adesione alla poetica neoclassica (il costante riferimento al mondo antico, l’amore per i classici latini e greci, l’uso del mito, il rispetto delle unità aristoteliche nelle tragedie), sia i primi segnali della nuova sensibilità preromantica: la celebrazione dell’eroe individualista in conflitto con la società (titanismo), la rivalutazione del sentimento e della passionalità, il tema del suicidio, l’amor patrio. Nelle tragedie neoclassicismo e preromanticismo si fondono.

 

Anche in Foscolo (per il quale Alfieri costituì un modello da seguire) troviamo l’esplicita adesione al neoclassicismo (evidente nel poema incompiuto Le Grazie) e la celebrazione del mondo antico, in quanto simbolo di una serenità divenuta inattingibile (“mito dell’Ellade”). Ancor più presenti sono gli elementi preromantici, soprattutto nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, in cui troviamo eroismo, titanismo, patriottismo, tema del suicidio.

In amore, Alfieri ebbe molte donne, ma poi trovò una relazione stabile (sia pure contrastata) con la contessa d’Albany.

 

Anche Foscolo amò molte donne. Da Lady Fanny Hamilton ebbe una figlia (Floriana) che gli sarà accanto negli ultimi anni di vita, ma non trovò mai una relazione stabile.

Alfieri si dedicò tardi alla letteratura, solo dopo il 1775 maturò la “conversione letteraria”. Scrisse tantissimo: trattati, rime, oltre 200 sonetti, opere teatrali. È ricordato soprattutto per le tragedie di stile classico in cui sono presenti tutti i temi della sua poetica (individualismo eroico, titanismo, tema del suicidio, ideali di libertà, stile sublime) e nelle quali sono rispettate le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione.

 

 

Foscolo invece cominciò prestissimo a scrivere e, come Alfieri, fu molto prolifico. Scrisse Odi, sonetti, tragedie, ma lo ricordiamo soprattutto per il romanzo autobiografico epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis (genere nuovo in Italia) e per il carme Dei sepolcri dove affiora la sua concezione della poesia (civilizzatrice, eternatrice e consolatrice).

Alfieri è considerato il poeta della libertà, (intesa come conquista individuale, più che come aspirazione collettiva di un popolo). Alla base della poetica alfieriana c’è sempre il conflitto tra libertà e oppressione: l’eroe alfieriano (presente nelle tragedie) è solitario, incompreso, coraggioso: combatte per affermare se stesso e i propri ideali, ma si scontra tragicamente con i propri limiti e con i limiti della realtà in cui vive (titanismo) ed è costretto alla solitudine o al suicidio.

 

 

Nelle opere foscoliane troviamo stessi temi e atteggiamenti presenti in Alfieri, soprattutto nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis in cui il protagonista, animato da ideali libertari e patriottici, è spinto al suicidio “eroico”, come conseguenza della doppia delusione, politica e amorosa.

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