CRISI DELLA PAROLA LETTERARIA. E SE RIPARTISSIMO DALLA “LINGUA DI PLASTICA”?

Di recente ho condiviso sulla pagina FB di Italianostoria l’articolo di Gilda Policastro A chi (non) interessa la poesia e l'”appunto aperto” di Giulio Mozzi  Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?

La prima lamenta la difficoltà di promuovere la conoscenza e lo studio della poesia contemporanea (penso al “caso Caproni” all’esame di maturità di quest’anno), in quanto – a differenza del racconto, del romanzo o del saggio – la scrittura poetica risulta spesso “incomprensibile”, “non tira” e “fa pochi like”, ovvero fa fatica a trovare lettori. Il secondo, passando in rassegna alcuni noti romanzi e confrontandoli con prodotti televisivi, mostra come effettivamente il pubblico si senta attratto, affascinato, da serie tv dai contenuti oggettivamente complessi e invece provi un senso di smarrimento, se non addirittura di repulsione, dinanzi ad un romanzo appena appena più difficile.

Possiamo provare a intervenire nella discussione, cominciando dalla Policastro e dicendo che: la poesia contemporanea (come l’arte contemporanea) suscita, soprattutto nei giovanissimi, diffidenza, ilarità, senso di inadeguatezza perché presuppone una preparazione, un background, una conoscenza delle forme metrico-retoriche che solo pochi fortunati “alieni” posseggono; che a scuola “non c’è mai tempo” per approfondire temi e autori della post-modernità e che “a stento si riesce ad arrivare a Montale” (P. S. continueremo a sentire, e a pronunciare, queste frasi sconfortanti fino a quando non ci sarà un seria revisione dei programmi e della didattica della letteratura); che scegliere, oggi, un libro di poesia è impresa ardua, in quanto è sempre più difficile distinguere tra “buoni poeti” e “cattivi poeti” dal momento che siamo sommersi di opuscoli (cartacei o in formato e-book) prodotti da sedicenti poeti, onnipresenti sui social; che i consulenti editoriali dovrebbero tornare a svolgere il loro ruolo di scopritori e/o valorizzatori di talenti e di garanti della qualità di un prodotto letterario, ma non mi sembra che ciò accada. Per quanto riguarda Mozzi, non posso che associarmi alle sue conclusioni e cioè che mentre l’industria cinematografico-televisiva è disposta a puntare su prodotti difficili purché affidati ad attori di sicuro richiamo mediatico, l’editoria (settore notoriamente in crisi) non vuole rischiare, preferendo affidarsi a narrazioni non troppo lunghe, “leggibili”, che facciano scattare un facile processo d’immedesimazione… e non importa se a farne le spese sia la scrittura stessa, sempre più povera, sciatta, inelegante.

Indubbiamente i due temi affrontati da Policastro e Mozzi sono collegati e, in entrambi i casi, pare che il problema di fondo sia il dilagare di quella “lingua di plastica” (di cui parlava Luca Serianni) – fatta di slogan, frasi fatte, citazioni trite e ritrite, luoghi comuni – alla quale ci hanno abituati i new media, colpevoli non solo di aver accresciuto lo iato esistente ormai da anni tra i poeti (specie sempre più rara) e la massa dei lettori (assuefatti ad una scrittura priva di stile), ma anche di aver trasformato narratori mediocri e poeti improvvisati in star del web o guru televisivi. La crisi sembra irreversibile…ma se la soluzione fosse proprio quella di cavalcare l’onda, ovvero di fagocitare la “lingua di plastica” nel linguaggio poetico, cambiandone la “destinazione d’uso”? Antonio Pietropaoli (poeta e studioso di forme metriche e retoriche), già nel 2011 con le sue Dissezioni risolveva in modo originale la questione, mostrando come le parole – anche quelle più logore o insulse della TV o dei social – possono essere rivitalizzate e trasformate in lame taglienti, capaci di scavare nel fondo delle cose e di denunciare storture e malcostume.

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