DALLE “MACCHINE VORACI” DI PIRANDELLO AGLI SMARTPHONE – di Gianmarco Balbi

 

 

L’avvento della tecnologia ha comportato un profondo cambiamento nelle abitudini degli uomini, aiutandoli a svolgere ogni tipo di attività. In un primo momento, con il personal computer ed internet, successivamente con gli smartphone che ognuno di noi possiede. L’informatica è stata in grado di semplificare e velocizzare processi che precedentemente risultavano impensabili. Il semplice utilizzo della posta elettronica, ad esempio, è ad oggi indispensabile per chiunque, sia in ambito lavorativo che per uso personale. Attualmente, la maggior espressione di integrazione tecnologica nella vita di tutti i giorni è costituita dagli smartphone, presenti nelle tasche di tutti. Ci permettono di restare in contatto con i nostri cari, di informarci su ciò che accade nel mondo, di fotografare e riprendere tutto ciò che ci circonda.

Ma quanto ha effettivamente bisogno l’uomo di queste nuove tecnologie? L’evoluzione e l’utilizzo smisurato dei Social Network ha provocato una vera e propria dipendenza dalla macchina. È infatti impensabile, per chiunque, non possedere un profilo social su cui riportare le proprie esperienze giornaliere.

L’inarrestabile progresso tecnologico, del quale Pirandello colse la pericolosità con sorprendente anticipo sui tempi, è il soggetto del famoso romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, in cui l’autore narra di un operatore cinematografico, Serafino Gubbio che, durante le riprese di un film, registra un terribile ed improvviso attacco, del tutto inaspettato, di una tigre nei confronti di un attore. Nonostante lo shock, l’operatore continua a riprendere la scena, come fosse quasi obbligato dalla macchina. Ciò causa in Serafino Gubbio la perdita della parola. Nel romanzo – che fu pubblicato inizialmente con il titolo Si gira… (nel 1916) e nel 1925 con il titolo definitivo – Pirandello vuole rappresentare l’alienazione dell’uomo che, sottomesso alla macchina con cui opera, perde ogni possibilità di esprimersi, di comunicare. Perde il suo lato umano, diventando anch’egli una macchina, con il solo scopo di girare una manovella, senza più logica ed umanità.

Questo argomento, trattato più di 100 anni fa da Pirandello, è del tutto attuale e riscontrabile nella vita di tutti i giorni. La globalità di internet, dei social, delle mode ci ha resi schiavi di questi sistemi. Ormai si giudica una persona per i “like” ottenuti online, magari ricevuti da perfetti sconosciuti, oppure la si critica perché è controcorrente, contro le mode e, forse, perché rifiuta i canoni sociali, le “regole” dettate dai social network, diventando anche un bersaglio facile per il cyber-bullismo. L’alienazione, raccontata da Pirandello, è affatto presente nella società attuale, in cui la diversità è spesso disapprovata e l’omogeneizzazione dei gusti e delle preferenze, dapprima personali, è sempre più presente: l’omologazione regna sovrana. Nonostante ciò, la tecnologia ci ha effettivamente aiutato in molti aspetti della vita sociale. Ha reso i contatti più immediati e semplici, ha aiutato le persone con difficoltà motorie, patologie e disabilità a svolgere le attività più comuni. Protesi elettroniche, occhiali per la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale sono solo alcuni esempi di come il progresso possa far evolvere la società, senza considerare, poi, tutti i sofisticati macchinari di tipo medico-sanitario. È quindi doveroso considerare la tecnologia come un’integrazione necessaria alla vita dell’uomo. Ciò che è dannoso, dal punto di vista delle relazioni sociali, è la “dipendenza” dai social che essa può far sviluppare: la necessità di rimanere connessi con l’esterno, mutando del tutto i rapporti umani e la loro struttura. Dobbiamo spogliarci dalle “maschere” che indossiamo, presentarci come realmente siamo, senza filtri (fotografici), senza bisogno di approvazioni, senza paura di mostrarci diversi, liberi di pensare ciò che riteniamo più giusto. Utopia?

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