PURGATORIO, CANTI I-II-III. Appunti sintetici

CANTO I / Catone l’Uticense “figura di libertà”

Nell’interpretazione di Erich Auerbach, tutta la Divina Commedia va letta alla luce della concezione figurale, tipicamente medievale, secondo la quale la “figura” è l’anticipazione, il preannuncio di un altro evento futuro che ne costituisce “l’adempimento”. Attraverso la concezione figurale i Padri della Chiesa hanno interpretato i fatti narrati nell’Antico Testamento come “anticipazione” della rivelazione di Cristo (Nuovo Testamento).

Il fatto terreno è profezia o ‘figura’ di una parte della realtà immediatamente e completamente divina che si attuerà in futuro. Ma questa non è soltanto futura, essa è eternamente presente nell’occhio di Dio e nell’aldilà, dove dunque esiste in ogni tempo, o anche fuori del tempo, la realtà vera e svelata. L’opera di Dante è il tentativo di una sintesi insieme poetica e sistematica, vista a questa luce, di tutta la realtà universale…Per Dante il senso letterale o la realtà storica di un personaggio non contraddice il suo significato più profondo, ma ne è la figura; la realtà storica non è abolita dal significato più profondo, ma ne è confermata e adempiuta (Cfr. E. Auerbach, Studi su Dante)

Nella Commedia, dunque, i personaggi non sono semplici allegorie ma “figure”, ovvero anticipazioni, profezie di ciò che saranno compiutamente nell’aldilà. In tal senso va interpretato il personaggio di Catone, protagonista del I canto del Purgatorio, difensore degli ideali repubblicani, morto suicida nel 46 a.C. dopo la vittoria del suo avversario Cesare nella battaglia di Utica. Catone incarna senz’altro la morale stoica fondata sul concetto di virtù; è simbolo di coerenza, giustizia, onestà intellettuale, ma soprattutto è il difensore della libertà (per amore della quale si tolse la vita). Dante giunto sulla spiaggia del Purgatorio, che si trova nell’emisfero Australe, può vedere le 4 stelle luminose (le 4 virtù cardinali) che solo Adamo ed Eva poterono vedere; le stelle illuminano Catone che appare come un vecchio saggio e degno di “reverenza” (cioè di profondo rispetto); anche la sua descrizione fisica (barba e capelli lunghi e bianchi) incute timore reverenziale nel poeta che si inginocchia al suo cospetto. Nonostante Catone sia pagano e suicida, Dante lo sceglie come custode e guida del Monte del Purgatorio in quanto, in base alla concezione figurale, il Catone terreno, strenuo difensore delle libertà repubblicane, è stato “figura”, prefigurazione del Catone ultraterreno, quello che sarebbe divenuto dopo la morte, ovvero esempio perfetto di forza morale e di libertà cristiana dagli istinti e dalle tentazioni terrene. È giusto, dunque, che sia Catone a indicare a Virgilio il rito di purificazione cui si dovrà sottoporre Dante sulla spiaggia dell’Antipurgatorio per liberarsi dalle “scorie” dell’Inferno e ascendere il Monte: Virgilio lava il volto del poeta e gli cinge la vita con un ramo di giunco, simbolo di umiltà.

CANTO II / La costruzione per antitesi e l’incontro con Casella

Nel secondo canto, Dante e Virgilio si trovano ancora nell’Antipurgatorio. È giunta l’alba e arriva una barca veloce e leggera guidata da un angelo nocchiero, risplendente di una luce così intensa da divenire insostenibile per la vista terrena di Dante. La barca trasporta le anime penitenti dalla foce del Tevere alla montagna del Purgatorio: l’immagine è costruita in antitesi con quella ruvida e paurosa di Caronte, il nocchiero infernale che trasportava sulla sua pesante barca le anime dei dannati dall’Antinferno all’Inferno. Tutto il canto è costruito sulla figura retorica dell’ANTITESI: l’angelo luminoso è in antitesi con il rude Caronte; le anime penitenti mostrano gioia e affetto reciproco mentre le anime dei dannati erano rabbiose, ostili e litigiose, ma soprattutto il buio dell’Inferno è in antitesi con la luce del Purgatorio che è simbolo di salvezza divina. Nell’Inferno luogo separato e sotterraneo, si perde il senso del tempo, il Purgatorio invece si trova sulla Terra e Dante (attraverso metafore e riferimenti mitologici) dà al lettore continui riferimenti spazio-temporali. Nel Purgatorio spesso si odono musica e canti, altro modo per onorare Dio, mentre nell’Inferno si sentivano solo urla, lamenti e rumori spaventosi. Tra le anime trasportate dall’angelo nocchiero, c’è quella del musico Casella (amico intimo di Dante) che, dopo una lunga attesa, è potuto salire finalmente sulla barca grazie al Giubileo voluto da Bonifacio VIII (1300). Casella prova ad abbracciare Dante ma non può stringerlo a sé, essendo solo un’anima priva di corpo. Su richiesta del poeta, Casella intona una canzone del “Convivio” (Amor che nella mente mi ragiona): tutte le anime si fermano ad ascoltare, ma Catone interrompe il canto e richiama le anime penitenti ricordando loro il lungo cammino di espiazione che le attende. Il rimprovero sembra rivolto anche a Dante e Virgilio che quindi, come gli altri, si affrettano e si allontanano.

CANTO III / Manfredi e la polemica contro il potere temporale della Chiesa

Nel canto III Dante e Virgilio riprendono il cammino. La salita è ripida e devono rallentare (Virgilio prova rimorso per questo rallentamento). Dante si stupisce di non vedere l’ombra di Virgilio, ma la sua guida gli spiega che le anime sono incorporee (e quindi lasciano passare i raggi del sole) ma possono ugualmente provare i tormenti…Dio ha stabilito così e Dante (come tutti gli uomini) non può pretendere di penetrare i disegni divini! Virgilio vuole riprendere il cammino e chiede aiuto ad alcune anime per sapere quale sia la via migliore. Gli risponde Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia. Questi nel 1258 divenne re di Napoli e Sicilia, inimicandosi il Papa Innocenzo IV, tutore di Corradino (legittimo erede al trono). Il Papa scomunicò Manfredi e cominciò una guerra che terminò con l’intervento di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, che sconfisse Manfredi nel 1266, nella battaglia di Benevento, in cui morì. Il corpo di Manfredi fu dissotterrato e disperso dal vescovo di Cosenza. Dante vuole dimostrare, con la storia di Manfredi, che Papi e Vescovi spesso agiscono in contrasto col volere di Dio; quest’ultimo infatti, nella sua infinita misericordia, può salvare un’anima pentita, nonostante la scomunica. Manfredi incarna tutte le virtù fisiche e morali di un antico cavaliere: è uomo coraggioso e retto, capace di pentirsi in fin di vita dei propri peccati guadagnandosi il perdono divino (Dante mette il luce così la grandezza della Misericordia divina). La storia di Manfredi, inoltre, offre a Dante la possibilità di esprimere la sua condanna verso quegli esponenti della Chiesa che utilizzano il potere religioso non per il bene dei fedeli, ma per accrescere il proprio potere personale. Per Dante, quindi, Manfredi diventa una figura utilissima per condannare lo scontro tra Papato e Impero e per ribadire la teoria dei “due soli” esposta nel De Monarchia (al Papa il potere spirituale e all’Imperatore il potere politico).

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