PULCI, BOIARDO E IL POEMA CAVALLERESCO. Appunti sintetici

LUIGI PULCI (1432-1484), grazie alla protezione di Lucrezia Tornabuoni (madre di Lorenzo il Magnifico), entrò nel 1461 alla corte medicea, dove – per il suo modo di fare anticonformista e irriverente – occupò una posizione diversa da quella degli altri intellettuali della cerchia di Lorenzo. Alla corte ebbe l’incarico di scrivere il suo capolavoro, il Morgante, alla cui composizione e revisione lavorò fino alla morte. I primi 23 cantari furono conclusi nel 1471, ma l’edizione definitiva in 28 cantari fu pubblicata solo nel 1483 con il titolo di Morgante maggiore.

IL MORGANTE è un poema eroicomico, in cui l’autore – con il suo gusto per la parodia e per i toni popolari e realistici – capovolge i valori propri della tradizione epico-cavalleresca. Pur prendendo spunto dai personaggi e dalle vicende narrate nelle opere del ciclo carolingio, l’autore ne dà una versione umoristica e particolarmente vivace, soffermando la sua attenzione non tanto sulle imprese eroiche dei paladini di Francia quanto su episodi marginali di tipo comico e grottesco. La storia inizia con Orlando, ormai vecchio, che, calunniato presso Carlo Magno dal paladino traditore Gano, parte per l’Oriente in cerca di avventure. Uccide due giganti, che opprimevano i monaci di un convento, mentre il terzo gigante, l’ingenuo Morgante, si converte al cristianesimo e si trasforma nel suo scudiero. Orlando e Morgante affrontano diverse avventure e fanno incontri, tra cui quello con il “mezzo-gigante” Margutte (tanto astuto e furbo, quanto ingenuo e sprovveduto appare Morgante); il malvagio Gano convince il re pagano Marsilio ad attaccare il regno di Francia. Tutti i paladini di Carlo Magno tornano in patria per combattere. Anche Orlando torna, ma cade in una trappola nemica e muore a Roncisvalle; prima, però, riesce a suonare il suo corno, richiamando l’attenzione dell’esercito francese che arriva e sbaraglia l’esercito pagano. La vena comica del Pulci e la sua personalità irriverente e “irregolare” sono evidenti non solo nelle scelte contenutistiche e nella costruzione dei personaggi, ma anche nelle soluzioni linguistiche, l’opera infatti è ricca di termini popolari e dialettali, inconsueti in un genere “serio” appartenente alla cosiddetta letteratura alta.

MATTEO MARIA BOIARDO (1441-1494) visse a Ferrara presso la corte degli Estensi, dove fu intellettuale stipendiato, ricevendo diversi incarichi politici (fu governatore di Modena e poi di Reggio). Si dedicò agli studi umanistici con passione, sostenuto dalla corte estense che incoraggiava lo sviluppo della letteratura e lo studio dei classici. Morì nel 1494, lasciando incompiuta la sua opera maggiore l’Orlando innamorato. LORLANDO INNAMORATO è un poema cavalleresco (dedicato ad Ercole I d’Este, signore di Ferrara) che, secondo il progetto dell’autore, avrebbe dovuto svilupparsi in tre libri, ma solo i primi due furono completati e pubblicati nel 1483; il terzo libro rimase incompiuto. Già il titolo dell’opera rivela i modelli adottati dall’autore: Orlando (eroe del ciclo carolingio), è l’eroe protagonista dell’opera; l’amore (tema presente nel ciclo bretone) è il motore della vicenda. Il primo libro si apre con i festeggiamenti per un torneo di cavalieri presso la corte di Carlo Magno. Qui giunge Angelica, principessa del Catai, accompagnata dal fratello Argalìa. Tutti si innamorano della bellissima fanciulla ma solo chi riuscirà a battere in duello Argalìa la otterrà in sposa. Argalìa ha armi magiche che gli assicurano sempre la vittoria, ma Astolfo riesce a rubargliele e Argalìa muore nel duello con il saraceno Ferraguto. Angelica, però, non ha affatto intenzione di sposare il saraceno e scappa via. Alcuni cavalieri decidono di seguirla. Tra questi anche Orlando e suo cugino Rinaldo, entrambi innamorati della principessa.

CONFRONTO PULCI-BOIARDO L’edizione definitiva del Morgante e i primi due libri completi dell’Orlando innamorato furono pubblicati nello stesso anno, entrambi i poemi appartengono al genere cavalleresco e si rifanno al ciclo carolingio (in entrambi compare la figura centrale di Orlando). Tuttavia le due opere si presentano molto diverse, come diverse sono le personalità dei due autori. Pulci, anticonformista e irriverente, entrò in polemica con i filosofi platonici del circolo di Marsilio Ficino e non ebbe rapporti facili con la chiesa per la sua fama di uomo empio ed eretico. La sua personalità eccentrica, irregolare lo portò a lasciare la cerchia medicea, forse perché in contrasto con Lorenzo. Boiardo, invece, rappresenta perfettamente l’ideale umanistico dell’intellettuale stipendiato, strettamente legato all’ambiente della corte e fedele al suo signore al quale rese omaggio dedicandogli il poema. Il Morgante, poema eroicomico, incarna appieno la personalità stravagante di Pulci e la sua vena giocosa. Spicca per originalità la figura di Margutte, il “mezzo-gigante” peccatore incallito, astuto e sadico, sempre affamato (morirà soffocato dalle proprie risate). Questo personaggio è senz’altro il rovesciamento parodico dell’ideale umanistico dell’“homo artifex sui”: in lui tutto è eccessivo, smisurato, smodato non v’è traccia di equilibrio razionale e di perfezione in senso classico. I personaggi caricaturali del Pulci mettono in crisi, insomma, i valori cortesi e le virtù cavalleresche che invece troviamo ancora operanti nel mondo raffinatissimo dell’Orlando innamorato. In Boiardo non v’è traccia di parodia, i suoi cavalieri sono ricchi di virtù cortesi (virtù di tipo laico, essendo venuta meno la componente religiosa, propria dei personaggi della tradizione cavalleresca medievale) e sono padroni del proprio destino (secondo i canoni dell’uomo rinascimentale). Da quanto detto fin qui, consegue che mentre l’Orlando innamorato poté diventare un modello per tutta la poesia del Cinquecento e in particolare per l’Ariosto (il cui Orlando furioso prende l’avvio proprio dove s’interrompe l’opera del Boiardo), il Morgante fu ignorato dagli autori della tradizione alta e divenne, invece, fonte d’ispirazione per tanti autori “irregolari” e fuori canone: in primis Teofilo Folengo che nel Baldus (poema eroicomico in latino maccheronico, 1552) modella i suoi personaggi sulla falsa riga di Morgante e Margutte. A Pulci e a Folengo si rifarà infine lo scrittore francese François Rabelais nel romanzo satirico Gargantua et Pantagruel.

 

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