L’ISOLA PLURALE. LA SICILIA NELLA LENTE DEGLI SCRITTORI

“Le pietre che si sciolgono in un arancione tenue, “aranciu cuddari” (arancione tramontare), mutevole di minuto in minuto. L’erba, che durante il giorno si trasforma morendo, rinasce vuota e gialla… più gialla. Ogni cosa ai miei sensi m’appartiene. Chiudo gli occhi: Sicilia.”

“Provate a raffigurarvi la Sicilia come un grande corpo che affiora dalle onde. Un corpo, cioè una struttura.”

(Gesualdo Bufalino)

Sicilia, andata e ritorno. Quando pensiamo alla Sicilia, inevitabilmente i ricordi personali si sovrappongono alle descrizioni letterarie,[1] così come i fatti di attualità si intrecciano con le fantasie mitologiche e il folklore si confonde con i luoghi comuni, suggerendo all’immaginazione percorsi alternativi. Da un lato vagheggiamo i paesaggi assolati, le case eoliane, le città d’arte, l’Etna innevato; dall’altro ci indigniamo per gli omicidi di mafia, per il “pizzo” e i “pizzini”, per gli scempi edilizi degli ultimi decenni. Infine, nel tentativo di penetrare le molteplici contraddizioni di questa terra antica, ripensiamo alle “tante Sicilie” ritratte dai suoi scrittori e poeti più famosi: da quella provinciale e poverissima di Verga a quella “gattopardesca” di Tomasi di Lampedusa, dalla «Sicilia di buchi nella roccia» di Vittorini a quella di «muri bianchissimi» descritta da Quasimodo, dalla terra mitica di Bonaviri all’isola calda e sensuale di Brancati fino alla Sicilia corrotta e omertosa di Sciascia. Su tutti, ovviamente si estende l’ombra immensa di Pirandello che, nella sua opera di narratore e drammaturgo, le ha rappresentate tutte. In definitiva – come ha scritto Gesualdo Bufalino – la Sicilia è un’isola «plurale», che soffre, nel bene e nel male, di un «eccesso d’identità»; figurarsela è come guardare all’interno di un caleidoscopio nel quale i piccoli frammenti di plastica colorata si scompongono e si ricompongono in un’infinita serie di immagini affatto diverse l’una dall’altra, ma tutte di grande verità e fascino:

[…] Le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come il copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…[2]

Le suggestive affermazioni di Bufalino sulla sicilianità (o «sicilitudine», come la chiamava Sciascia), brevi e perentorie, restano dentro e certo colgono nel segno, ma lo scrittore di Comiso scomparso nel ’96, amico di Leonardo Sciascia e di Elvira Sellerio, è solo il terminale, il punto d’arrivo di una straordinaria genìa di poeti e di scrittori isolani che non hanno potuto fare a meno, nelle loro opere, anche in quelle incentrate su argomenti disparati o eccentrici, di ragionare della propria terra («di sé dentro la Sicilia e della Sicilia dentro di sé»):

Esplicitamente o copertamente: ripetendosi o correggendosi o contraddicendosi…in un perpetuo processo d’approssimazione a una nebulosa che fugge.[3]

E, in effetti, la Sicilia sfugge ad una rappresentazione univoca, anche in considerazione della sua conformazione fisica (a “tre punte”) e della sua storia, antica e recente, che hanno determinato un differente sviluppo delle sue tre città principali: sulla costa orientale, la greca Catania – dinamica, indaffarata, attiva – sembra sfidare l’araba Palermo – furba e svogliata, presuntuosa e improduttiva –, ma è solidale con quest’ultima nel contrapporsi all’“apatica” Messina…è ovvio, si tratta di luoghi comuni, come pure è un luogo comune credere che la mafia sia una prerogativa della sola Palermo – «sovrana della Sicilia terribile» – mentre la «mansueta» Catania e tutta la Sicilia orientale sarebbero immuni dal fenomeno:

Da sempre si suole dire che la Sicilia orientale è immune dalla mafia e che questo tragico fenomeno devasta soltanto la vita sociale nell’occidente dell’isola. Cioè come se esistesse, a metà della Sicilia, una specie di immaginaria linea di confine: da una parte stanno i buoni e dall’altra i sanguinari. Palermo, imponente e sonnolenta sarebbe la sovrana della Sicilia terribile, Catania ironica e laboriosa la capitale della Sicilia mansueta. Praticamente si verrebbe a determinare questo incredibile fenomeno storico: che la mafia, capace di stravolgere le grandi città del mondo da New York a Milano, da Los Angeles a Marsiglia e Napoli, arrivata sulla sponda sassosa del fiume Imera, lungo la vallata fra Caltanissetta ed Enna, si ferma.[4]

Giuseppe Fava ed altri coraggiosi giornalisti siciliani (Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Alfano) hanno avuto il merito (pagato con la vita) di mettere a nudo la realtà più cruda della propria isola, di svelarne i falsi miti e di sfatare antichi pregiudizi; ma anche gli scrittori, attraverso il filtro della letteratura, hanno raccontato, ciascuno a suo modo, l’isola «plurale» e i suoi abitanti, ricercandone la dimensione più autentica fino a rivelarne il «cuore puro». Tutti hanno scavato nella storia, nelle tradizioni, nella mentalità, nella lingua di una terra «che continua ad arricciarsi sul mare come un istrice» e la cui “insularità” non è un mero fattore geografico ma il sentimento di una diversità. Da qui discende – scrive ancora Bufalino – «l’orgoglio, la diffidenza, il pudore» degli uomini siciliani, il loro sentimento di “separatezza” che li fa sentire diversi da tutti gli altri uomini, ma uguali e riconoscibili in ogni angolo del mondo dove hanno scelto di vivere. Perché è propria dei siciliani (e ancor più degli scrittori) una forte tendenza cosmopolita, un desiderio di viaggiare oltre i confini dell’isola per non escludere dal loro orizzonte esperienze di più ampio respiro:

Conformemente alla migliore tradizione degli scrittori siciliani, in Bufalino convivono un’inequivocabile identità isolana […] e un forte respiro cosmopolitico, un bisogno assai radicato di dialogare, appropriandosene, con le linee principali della cultura europea.[5]

L’esigenza di andar via per conoscere, approfondire, sperimentare altre culture, di uscire dai confini troppo angusti della propria terra d’origine, sia pure custodendola nei ricordi e facendola rivivere nella scrittura, è, dunque, un tratto che accomuna buona parte degli intellettuali siciliani dell’Otto-Novecento, dominati – secondo Sciascia – non da «insicurezza» ma da una «irrequietezza» di fondo che è «la componente primaria della storia siciliana», uno stimolo fortissimo capace di condizionare «il comportamento, il modo di essere, la visione della vita».[6]

Per tutti c’è poi il momento del nòstos, del viaggio di ritorno, che includendo il sentimento della “nostalgia” implica insieme dolore (per l’esilio, volontario o forzato, da un luogo e da un tempo lontani) e speranza (di ritrovare se stessi attraverso i luoghi e le figure del passato). Come ha scritto Vincenzo Consolo ne I ritorni, a proposito del viaggio di Silvestro-Vittorini in Conversazione in Sicilia:

Concepito in un momento buio e tragico della storia, Conversazione è per l’autore un necessario viaggio alla terra dell’infanzia, della memoria, della madre e delle madri, per ritrovare, tornando, energia e speranza […] per raggiungere, con la conversazione, la più intima, assoluta comunicazione […]. Vittorini inaugura, con Conversazione, […] il viaggio di ritorno, viaggio non solo memoriale, ma reale.[7]

Da lontano / da vicino. Verga è il primo anello di questa “catena” di scrittori che, in oltre un secolo di storia letteraria, hanno raccontato e interpretato la Sicilia. Dopo aver compiuto esperienze di vita e di scrittura che lo avevano portato sul “continente”, a contatto con gli ambienti letterari fiorentini e con la laboriosa borghesia lombarda, lo scrittore catanese, dopo il 1874, riemerge dalla “palude” della narrativa di stampo tardo-romantico e trova la sua voce più autentica ritornando («prima idealmente e sentimentalmente, poi anche fisicamente, dopo anni di lontananza»)[8] alla propria terra, quella più umile e disastrata, popolata da contadini e da miseri pescatori. Nel passaggio dalla prima alla seconda maniera, non solo muta la materia narrata (luoghi e attanti delle storie), ma soprattutto lo “sguardo” dello scrittore, divenuto obiettivo e impersonale, come sarà, negli ultimi anni, anche quello di Verga fotografo:

[…] fotografando, l’uomo Verga fatalmente riportava nelle immagini quello che era l’“occhio,” il sentimento, il modo di essere e di sentire dello scrittore. Riportava quell’occhio “fotografico,” quell’obiettivo ‘impersonale’ che guarda come dall’alto i personaggi dei Malavoglia […][9]

Prima da lontano (attraverso la scrittura) e poi da vicino (con l’obiettivo fotografico), Verga punta sulla Sicilia i propri occhi, freddi e spietati, alla ricerca della verità cruda delle cose, senza rivendicazioni populiste e inutili forme di pietismo. La sua isola è una terra dura e primitiva, un mondo chiuso in cui si parla per proverbi e frasi fatte, in cui trionfano dicerie e malignità, e nel quale non vi è possibilità di riscatto per quegli uomini “vinti” dalla natura e dalla storia, condannati secolarmente alla miseria e all’emarginazione. L’occhio e l’orecchio dello scrittore si confondono con quelli della gente, con il loro vociare e spiare, ma – come ha scritto Asor Rosa – il canone dell’impersonalità non è tanto «il rispetto di una pretesa oggettività del reale, a cui lo scrittore debba inchinarsi, quanto la sospensione del giudizio»,[10] la volontà di rappresentare una determinata realtà, astenendosi da ogni forma di compiacimento stilistico e/o di partecipazione emotiva; lo scrittore/fotografo mette in atto una forma di «distanziamento» dalla materia narrata che è insieme etico ed estetico. La passione per la fotografia, considerata sempre come attività alternativa alla scrittura e assolutamente non collegata ad essa, coincide, non a caso, con il ritorno di Verga a Catania (1893). Ed anzi, sono proprio le foto ad offrire allo scrittore l’unica possibilità di recuperare un sentimento di «solidità e appartenenza» alla propria terra «costantemente minacciate dal passaggio del tempo» e «un senso radicato del mondo e delle cose che biograficamente e storicamente era ormai incrinato»:

Le foto verghiane, come tutte le foto, sono la materializzazione di un congedo dal momento presente e, allo stesso tempo, contengono la promessa di un ritorno, in effetti, l’unico ritorno possibile al presente ormai passato. […]. Quindi foto come ritorno. […] Ma, allo stesso tempo, la fotografia è il riconoscimento dell’impossibilità del ritorno, distillato di un atteggiamento elegiaco che assomma memoria, nostalgia, disperazione e sconfitta.[11]

“La colpa è un po’ del sole”. Con Pirandello, alle soglie del Novecento, il rapporto tra lo scrittore e la propria terra assume contorni più complessi: “il guscio si rompe” e la Sicilia non è più, o non soltanto, il luogo dove tornare per trovare una dimensione autentica di vita e di scrittura, ma diviene una sorta di “osservatorio” per compiere analisi che travalicano i confini regionali: il punto di partenza per indagare non la condizione dell’uomo siciliano in particolare, ma quella universale di ogni uomo. Agrigento, la Sicilia (quella contadina e quella borghese) attraversano tutta l’opera di Pirandello, assumendo connotazioni diverse, più o meno marcate, proprio come un «fiume carsico col suo alterno comparire in superficie e scomparire nella dolina, rimanendo sempre attivo»:[12]

[…] quei luoghi e quel tempo costituiscono il sostrato sostanziale e lievitante della sua poetica e i personaggi che vi pullulano, pur così circoscritti e identificabili, assurgono a valenze universali.[13]

Agrigento – presente ne Il turno con l’antico nome di Girgenti e «riconoscibile anche ne L’esclusa, ne Il fu Mattia Pascal, ne La Madonnina, ne La veste lunga, in Uno, nessuno e centomila»[14] – è protagonista indiscussa de I vecchi e i giovani, il romanzo “verista” del 1913 (riveduto poi nell’edizione del ’31), nel quale il paese appare «morto», abbandonato a «una miseria senza riparo»,[15] essenzialmente per colpa dei suoi abitanti che risultano troppo apatici e rassegnati per poter procedere ad un reale cambiamento dello status quo:

[…] ci ostiniamo purtroppo a volere essere ombre noi, qua, in Sicilia. O inetti o sfiduciati o servili. La colpa è un po’ del sole. Il sole ci addormenta finanche le parole in bocca![16]

La città natale è oggetto di una minuziosa ricostruzione topografica, nella quale si dà conto dei «vicoli sdruccioli, a scalini, malamente acciottolati, sudici spesso, intafati da cattivi odori misti esalanti dalle botteghe buje»,[17] della Via Atenea, che ancor oggi è la strada principale della città, della Piazza dei Tribunali, della straordinaria Valle dei Templi e della «spiaggia, sotto, svariata di poggi, di valli, di piani e del mare, in fondo alla sterminata curva dell’orizzonte».[18] Il legame dello scrittore con la propria terra è forte, al punto che – come ha scritto Lauretta – sarà indispensabile per lui

… far ritorno sempre a quel paese, a quel luogo che perciò deve essere visto come il punto medianico nel quale confluiscono, per chissà quale sortilegio, umori, realtà, sogni di evasione, beffe consumate, sorrisi spenti, grigiori indiscussi, impennate sardoniche, stanchezze malate, soluzioni geniali, trovate bizzarre, dolcezze insospettate, delusioni accorate.[19]

Luce e tenebre. Il sole accecante di cui parla Pirandello, che addormenta le coscienze dei siciliani e addirittura li costringe al silenzio connivente, lo ritroviamo, caldo e abbagliante, nei romanzi di Vitaliano Brancati e Tomasi di Lampedusa. Il primo, nel secondo dopoguerra, ritrae una Sicilia in cui regnano l’immobilità e l’inerzia, un mondo popolato da donne fintamente bigotte e da maschi affetti da “gallismo”, incapaci di sottrarsi all’abulia e al sensualismo soffocante (indimenticabili le interpretazioni di Claudia Cardinale e di Marcello Mastroianni ne Il bell’Antonio cinematografico di Mauro Bolognini del 1960). Ambientati negli anni del fascismo, i tre romanzi siciliani di Brancati (Don Giovanni in Sicilia, 1941; Il Bell’Antonio, 1949; Paolo il caldo, 1959) rappresentano un mondo piccolo-borghese pigro e indolente, assolutamente statico, refrattario ad ogni novità e mutamento, immerso in una terra assolata, afosa, oppressa da una luce canicolare che non è sintomo di vitalismo, ma al contrario produce effetti paralizzanti. Ma si sa, ogni cosa contiene dialetticamente il suo opposto e, quindi, dietro la luce sfolgorante dei romanzi di Brancati è facile intuire la presenza del buio più tetro. Nella luce – scrive Brancati in Paolo il caldo – si annidano le «influenze della sua ripresa buia, dalla quale derivano l’apprensione e la lussuria»:[20]

[…] nonostante la sua intensità, o forse a causa di questa, la luce del sud rivela nella memoria una profonda natura di tenebra. Nella sua esorbitanza, varca continuamente i confini del regno opposto, e quando si dice che è accecante, si vuole forse alludere, senza averne esatta coscienza, a certi guizzi di buio che vengono dal suo interno, a certi squarci sulla notte cupa come può farli un’eclissi nel cielo di mezzogiorno, salvo che questi sono lenti e progressivi e, una volta chiusi, non riaprono più, e quelli invece rapidi e continui, sicché la sensazione della luce per chi, insospettito della propria malinconia o tetraggine, voglia esaminarla, risulta composta di due sensazioni contrarie, di chiaro e di oscuro, alternate fulmineamente, in modo che l’impressione totale è di chiaro.[21]

Immobilismo e rassegnazione inerte dominano anche la scena romanzesca di Tomasi di Lampedusa che nel Gattopardo (pubblicato postumo nel 1958) ritrae una Sicilia teatro di grandi rivolgimenti storici che, però, sono scivolati su di essa senza scalfirne la crosta, senza riuscire a portare cambiamenti sensibili tanto nella società quanto nella mentalità e negli atteggiamenti degli individui. La “colpa” sembrerebbe essere, ancora una volta, del clima torrido dell’isola che «[…] infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi» e genera un paesaggio che agli occhi del piemontese Chevalley appare «irredimibile» sotto una «luce di cenere»,[22] acceso da un sole rovente che dura da maggio a ottobre, asfissiante al punto da inibire qualsiasi iniziativa, perché – come afferma Don Fabrizio – «in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre»[23].

Il sole, insomma, si rivelava come l’autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell’arbitrarietà dei sogni.[24]

Ovviamente il clima non può essere considerato l’unico responsabile della condizione storico-antropologica dell’uomo siciliano, la causa determinante della sua «immobilità voluttuosa», ma senz’altro è uno dei fattori scatenanti. Come ha scritto Gianfranco Marrone:

[…] tra il paesaggio siciliano e il siciliano desiderio di «immobilità voluttuosa» (ossia di un istinto di morte negatore del tempo) viene esplicitamente posta una diretta connessione. Nella conclusione del celebre dialogo tra Salina e Chevalley, la «irredimibilità» del clima della Sicilia, come è più che noto, viene strettamente collegata con il «sonno» ricercato dai siciliani e con il loro scetticismo verso ogni forma di cambiamento.[25]

Resta da vedere quale sia la natura del rapporto che Tomasi istituisce nel romanzo tra la figura del protagonista Don Fabrizio e l’immagine della Sicilia costruita attorno ad esso. Per Marrone non vi è opposizione tra la positività del personaggio (portatore di Valori) e l’immagine negativa dell’isola, in quanto la «dialettica è tutta interna alla figura del principe» che da un lato, accetta ma non condivide i Valori portati avanti da Tancredi, dall’altro custodisce ma non assume i Valori del Gattopardo: da qui la sua fondamentale oscillazione.[26]

Per Francesco Orlando le cose stanno diversamente:

Se è vero che Il Gattopardo nasce con il personaggio di Don Fabrizio, non solo certe esigenze di lui si contrappongono ad altrettanti aspetti della Sicilia, ma alla Sicilia globalmente si contrappone il suo carattere di fondo da intellettuale. La regione ne acquista allora, di ricambio, la caratterizzazione primaria e in profondità ubiquitaria di luogo d’incultura.[27]

Ma pur lasciando in sospeso il giudizio sul controverso rapporto che lega il Principe alla sua terra, resta il fatto che il romanzo ci consegna l’immagine di una Sicilia “bloccata”, ostinatamente refrattaria ad ogni forma di progresso ideologico e democratico. L’opera è l’epopea di una società in disfacimento, il canto del cigno di una Sicilia nobiliare, malata, destinata a fluire verso il nulla, a sgretolarsi senza rimedio per far posto a nuove forze borghesi altrettanto bacate e incapaci di rinnovamento.

Un «sole splendente e pur spento». Elio Vittorini, è arcinoto, “bocciò” Il Gattopardo, rifiutandone la pubblicazione presso la casa editrice Einaudi, peccando, in quell’occasione, di “miopia” intellettuale. Ma le ragioni di quella celebre svista editoriale sono facilmente intuibili se pensiamo ai differenti percorsi esistenziali dei due scrittori e alla loro profonda distanza intellettuale. Certo, il rapporto controverso ma viscerale con la terra d’origine, l’antifascismo, la denuncia moralistica dell’arretratezza delle genti del Sud, oppresse e malgovernate, sono elementi che accorciano la distanza fra i due, ma l’autore di Conversazione in Sicilia scelse la via della trasfigurazione mitica, piuttosto che quella della storia per rappresentare la propria terra. Nel romanzo, scritto negli anni del fascismo e pubblicato da Bompiani nel 1941, Vittorini (anche per sfuggire alle maglie della censura) trasformò l’isola in un luogo surreale, astratto, nel quale però la realtà fa ugualmente irruzione attraverso paesaggi, ambienti e figure inequivocabilmente siciliani (a dispetto di quanto scritto dall’autore nella Nota[28] posta in calce al volume). Come ha scritto Giorgio Bassani, che recensì il romanzo su «Emporium» nel 1942, quella di Vittorini è in fin dei conti «una Sicilia reale», popolata da pannieri, cuoiai, arrotini, «operai siciliani affamati nelle loro buie tane dove languono sfiniti dalla febbre e, più, da una secolare inerzia»,[29] una Sicilia, insomma, vista concretamente come in un viaggio o come, appunto, dall’occasione di una conversazione con la sua gente divisa […] tra offensori e offesi, tra inerti e virili, tra vivi e morti.[30] La discesa di Silvestro-Vittorini verso «il cuore puro della Sicilia» si consuma, dunque, in una serie di incontri-conversazioni con personaggi dalla forte valenza simbolica che lo guidano alla scoperta di quegli «altri doveri»[31] che l’uomo deve compiere per poter riscattare le «offese del mondo». In questa sorta di “discesa agli inferi”, a contatto con un mondo sempre più isolato e degradato, lo scrittore può ritrovare il proprio tempo perduto e le ragioni autentiche del vivere. La Sicilia di Vittorini vive in lui, nella sua coscienza, come un problema di giustizia assoluta, di verità (e in questo è un’astrazione metafisica […]); ma è al tempo stesso il melodioso canto d’una sua memoria reale, il luogo del suo tempo ritrovato. Il viaggio di Silvestro, quindi, non è quello da Nord verso Sud e non si conclude con il ritorno del protagonista in Sicilia. Il viaggio “vero” comincia proprio con l’arrivo sull’isola: è nel ritrovato contatto con la madre, che ogni cosa diventa «due volte reale», acquista consistenza e verità (fino alla drammatica rivelazione che «non ogni uomo è uomo»):

E questo era ogni cosa, il ricordo e l’in più di ora, il sole, il freddo, il braciere di rame in mezzo alla cucina, e l’acquisto nella mia coscienza di quel punto del mondo dove mi trovavo; ogni cosa era questo, reale due volte; […] anche il viaggio da Messina in giù, e le arance sul battello-traghetto, e il gran lombardo in treno, e coi Baffi e senza Baffi, e la verde malaria, e Siracusa, la Sicilia stessa insomma […][32]

Lontana anni luce dalla Sicilia cittadina e piccolo-borghese di Brancati, o da quella nobiliare e decadente del Gattopardo (entrambe avvolte da una luce abbagliante e da un caldo torrido), quella di Vittorini è una Sicilia rurale, arcaica, di verghiana memoria, resa ancora più inospitale dal paesaggio aspro e montuoso, dal clima rigido dell’inverno, da un sole «splendente e pur spento», che non riscalda:

Era una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e di tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di zampogne che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola o neve, in alto.[33]

La neve fa la sua comparsa in lontananza «oltre gli spazi della valle»; nel paese di Silvestro gli interni delle case sono bui, dai comignoli esce fumo nero, per terra c’è ghiaccio; il sole c’è e illumina le cose attorno, ma – come ha scritto Giovanni Falaschi –, non produce effetti cromatici sul paesaggio che resta «in bianco e nero», come in un film neorealista:[34]

La cosa più sorprendente è che questo paesaggio è sotto il sole, e pur tuttavia è in bianco e nero. Che ci sia il sole vuol dire solo che c’è la luce che permette di vedere. Conversazione è in grandissima parte un libro in bianco e nero. […].[35]

Se il principe di Salina, nel Gattopardo, lamentava l’aridità senza scampo della lunghissima estate siciliana, afflitta da una cronica mancanza d’acqua…

[…] la famiglia Salina aveva lasciato Bisacquino. Adesso erano le undici e per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole. Il trotto sui percorsi piani si era brevemente alternato alle lunghe lente arrancate delle salite, al passo prudente nelle discese; passo e trotto, del resto, egualmente stemperati dal continuo fluire delle sonagliere che ormai non si percepiva più se non come manifestazione sonora dell’ambiente arroventato. Si erano attraversati paesi dipinti in azzurro tenero, stralunati; su ponti di bizzarra magnificenza si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone. All’interno delle vetture, chiuse appunto per quel sole e quel polverone, la temperatura aveva certamente raggiunto i cinquanta gradi.[36]

…il viaggio di Silvestro comincia con la pioggia e prosegue sotto un cielo chiuso e spesso grigio. La sua Sicilia rocciosa dominata da un paesaggio invernale e da un clima rigido, è tutt’altra cosa rispetto a quella rovente e polverosa descritta da Don Fabrizio, ma ugualmente inospitale, perché il paesaggio siciliano – come dichiara l’anziano “gattopardo” – «ignora le vie di mezzo tra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata».[37] Neve, pioggia, nuvole determinano il buio dei luoghi e degli ambienti, un buio «perfetto», al quale gli occhi degli uomini siciliani incontrati da Silvestro sono abituati (ma l’assenza di luce equivale ad assenza di speranza):

E il giro delle iniezioni è per gran parte in interni bui […]. L’incontro con Ezechiele avviene “in perfetto buio”, c’è buio dentro la bottega di Porfirio, e siamo ancora in un profondo interno nella grotta di Colombo. Al buio è la scena del camposanto e l’incontro con Liborio. L’alba del terzo giorno è dominata dal color cenere, un grigio che sembra avvolgere tutta la Sicilia.[38]

Il colore dominante è dunque un grigio cenere che grava sull’isola come un pesante velo: tornare alla luce, ovvero richiamare le coscienze sulla necessità di compiere «altri doveri», è possibile solo squarciando questo velo opprimente che impedisce agli uomini siciliani di trasformare la rassegnazione vinta in desiderio di riscatto.

Dall’utopia a mito. Il salto dalla dimensione mitica a quella utopistica è breve e avviene con Giuseppe Bonaviri con il quale la Sicilia perde del tutto i contorni reali per divenire teatro di avventure favolose ambientate nei cieli della preistoria o della favola. Siamo oramai negli anni Sessanta e Settanta, negli stessi anni, cioè, in cui Leonardo Sciascia con i suoi romanzi-saggi ci riportava alla realtà, quella più cruda e disincantata. La sua Sicilia è quella della prima Repubblica, centro di inchieste insabbiate e di indagini fumose che in fondo potrebbero svolgersi in qualsiasi altra parte d’Italia perché «tutta l’Italia è Sicilia». Ma le indagini di Sciascia, che riguardano l’intreccio tra mafia e politica, se da un lato testimoniano la fiducia illuministica nella ragione come metodo d’analisi, dall’altro ne denunciano l’irrimediabile sconfitta da parte del potere costituito. A ben guardare la distanza tra Verga e Sciascia – punto di partenza e punto d’arrivo di questa brevissima rassegna – è, sul piano ideologico, minima. Visione pessimistica dell’esistenza, lucida intelligenza della storia, freddezza d’analisi, ironia lieve, accettazione rassegnata della realtà “così com’è” sono tratti che accomunano questi due autori, pur così distanti nel tempo, e che, in fondo, sono rintracciabili anche in Pirandello, in Tomasi di Lampedusa e, in definitiva, in tutti gli autori sopra menzionati. Ma, viene naturale chiedersi, non sono forse questi i caratteri dell’uomo siciliano nel suo complesso? Pessimismo e rassegnazione, orgoglio e scetticismo, indolenza e ironia sono, insieme, le ragioni della forza e della debolezza del popolo siciliano, le cause della sua miseria (dignitosissima) e della sua grandezza. Concludo utilizzando un’ultima volta le parole di Bufalino: «Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce…».

[1] «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto.» (J. W. Goethe, Lettera datata “Palermo, venerdì 13 aprile 1787”); «La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo… Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo, è il fatto che da un’estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura» (G. de Maupassant, Viaggio in Sicilia, 1885).

[2] G. Bufalino, L’isola plurale, in La luce e il lutto, in Opere 1981-1988, Bompiani, Milano 1996, a cura di M. Corti e F. Caputo, p. 1140.

[3] G. Bufalino, Pre-testo, in Il fiele ibleo, Avagliano, Cava dei Tirreni 1996, p.7.

[4] G. Fava, Chi ha detto che a Catania non c’è mafia?, «Giornale del Sud», 23 agosto 1980.

[5] N. Zago, Bufalino, fedeltà e letteratura, in G. Bufalino, Essere o Riessere. Conversazione con Gesualdo Bufalino, a cura di P. Gaglianone e L. Tas, Omicron, Roma 1996, pp. 58-59.

[6] Cfr. L. Sciascia, Sicilia e similitudine, in La corda pazza, Adelphi, Milano 1991, p. 13.

[7] V. Consolo, I ritorni, in Di qua dal faro, Mondadori, Milano 2005, pp. 140-41.

[8] Cfr. V. Consolo, Le foto sul comò, in G. Garra Agosta, Verga /Fotografo, Giuseppe Maimone Editore, Catania 1991, p. 32

[9] Ivi, p. 33.

[10] A. Asor Rosa, Genus italicum. Saggi sulla identità letteraria italiana nel corso del tempo, Einaudi, Torino 1997, p. 423.

[11] G. Minghelli, L’occhio di Verga. La pratica fotografica nel Verismo italiano, «L’anello che non tiene», Journal of Modern Italian Literature, Volumes 20-21, Numbers 1-2, Spring-Fall 2008-2009, p. 27.

[12] S. Milioto, Dentro l’anima di Girgenti, in Aa. Vv., I Vecchi e i Giovani – storia romanzo film, Atti del convegno internazionale di Agrigento 7-10 dicembre 2006, Agrigento, 2006

[13] Ibidem.

[14] M. Simeone, Terra madre/ madre terra, Pirandello, la Sicilia, Agrigento, in www.rivistasinestesie.it (http://www.rivistasinestesie.it/ARCHIVIO/letteratura/madre_terra.pdf).

[15] L. Pirandello, Tutti i romanzi, II, a cura di G. Macchia con la collaborazione di M. Costanzo, Milano, Mondadori, 1990, p. 6.

[16] L. Pirandello, I vecchi e i giovani (1913), Mondadori, Milano 1979, p. 173.

[17] Pirandello, Tutti i romanzi, II, cit., p. 80.

[18] Ivi, p. 163.

[19] E. Lauretta, Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori di chiave, Mursia, Milano 2008, p. 6.

[20] V. Brancati, Paolo il caldo, Mondadori, Milano 2010, p. 15.

[21] Ivi, p. 12.

[22] Cfr. ivi, p. 168.

[23] Ivi, p. 163.

[24] Ivi, p. 48.

[25] Cfr. G. Marrone, Valori e paesaggi nel “Gattopardo”, «Rivista europea di letteratura italiana», n. 15, 2000, pp. 83-108.

[26]Ibidem.

[27] F. Orlando, L’intimità e la storia. Lettura del “Gattopardo”, Einaudi, Torino 1998, p. 94.

[28] «Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Coversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. […]» (E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, Illustrazioni di R. Guttuso, Introduzione e note di G. Falaschi, Rizzoli, Milano 1993, p. 161).

[29] Cfr. G. Marchi [G. Bassani ], Situazione di Elio Vittorini, «Emporium», n. 569, maggio 1942.

[30] Ibidem.

[31] «– Credo che l’uomo sia maturo per altro, – disse. –Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino… Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.» (ivi, p. 161).

[32] E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, cit., p. 182-184.

[33] Ivi, p. 236.

[34] G. Falaschi, Introduzione, in Vittorini, Conversazione in Sicilia, cit., p. 18.

[35] Ivi, pp. 18-19.

[36] G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1997, p. 59.

[37] Ivi, p. 163.

[38] Falaschi, Introduzione, in Vittorini, Conversazione in Sicilia, cit., pp. 19-21.

(Questo articolo è la versione ampliata e modificata di una breve nota apparsa su “L’isolaweb”, aprile 2010) http://www.lisolaweb.com/lisola-plurale/

 

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